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"La Yosemite Valley conobbe a malapena l’uomo bianco, prima che se ne diffondessero le lodi.
Horace Greeley seguì lui per primo il suo celebre consiglio e se ne partì per l’ovest,
visitando la Valle nel 1859. La definì "l’abisso profondo" e confessò di non conoscere "una sola
meraviglia della natura sulla terra che potesse ritenersi superiore allo Yosemite". Più tardi,
John Muir definì la Valle "il più grandioso, il più divino fra i luoghi abitati sulla terra".
Ralph Waldo Emerson offrì invece un commento più popolare: "Questa valle è l’unico posto che non
solo è all’altezza della sua enorme fama, ma riesce persino a superarla".
(Steve Roper, Campo 4 La storia dello Yosemite, Centro Documentazione Alpina)
"The walls are made up of rocks, mountains in size, partly separated from each other by side canons,
and they are so sheer in front, and so compactly and harmoniously arranged on a level floor, that the
Valley, comprehensively seen, looks like an immense hall or temple lihghted from above."
(John Muir, The Yosemite, A Sierra Club Book)
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"Il mattino dopo vedo finalmente la montagna dei miei sogni, El capitan, giallo dorato, gigantesco,
semplicemente bello. Che colori! Siamo seduti sulle sponde del Merced River, i piedi nell’acqua e
facciamo colazione. Enormi sequoie, verdi e vive oppure scheletri carbonizzati dai fulmini, si
ergono verso l’alto. Poi c’è solo il cielo azzurro e l’infinito della parete di granito dorato.
Se questo è oro, allora ogni arrampicatore è un re."
(Reinhard Karl, Yosemite arrampicare nel paradiso verticale, dall’Oglio)
Stoveleg Cracks
"Long, sustained and flawless; the Nose may be the best rock climb in the world; it is certainly
the best known."
(Chris McNamara, Yosemite - Big Walls, Supertopo)
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Risalita del "Great Roof"
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"Pancake Flake"
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"In una delle mie visite in California, all’inizio degli anni Novanta, incontrai il mio vecchio amico
John Long. Mentre stavamo parlando dei miei progetti per il futuro, John suggerì: Lynnie, dovresti
provare a fare la prima salita in libera della via del Nose al Capitan. E’ uno degli ultimi grandi
problemi dell’arrampicata in America. Ma certo! John aveva ragione. Era proprio il genere di sfida
che stavo cercando. La via del Nose segue la linea più evidente proprio al centro del più grande monolito
di granito della Yosemite Valley ed è forse la più famosa Big Wall del mondo."
(Lynn Hill, Climbing Free, I Licheni Cda/Vivalda)
Changing Corners
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"That first impression of the Valley - white water, azaleas, cool fir caverns, tall pines and stolid
oaks, cliffs rising to undreamed-of heights, the poignant sounds and smells of the Sierra... was a
culmination of experience so intense as to be almost painful. From that day in 1916, my life has been
colored and modulated by the great earth-gesture of the Sierra."
(Ansel Adams, Yosemite, Little, Brown)
Altopiano sommitale
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Itinerari d’autore:
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Quasi due secoli sono passati dalla prima comparsa dell’uomo bianco in questa valle ce-lebre in tutto il
mondo - prima il luogo era frequentato solo dalla tribù degli Ahwahnee, ma ancora oggi le sensazioni
suscitate dalla vista della magnifica Valle non sono cambiate. Innumerevoli foto su libri e riviste ed
altrettante visionabili in rete e filmati hanno portato le immagini di Yosemite e quindi delle sue pareti
in tutto il mondo.
Da vent’anni conoscevamo le forme ed i nomi delle pareti, dei singoli tiri di corda
delle vie più famose, tanto da temere di poter essere delusi da un’eventuale visita di quei luoghi tanto
blasonati e quasi “inflazionati”. Sino al grande giorno.

E’ un’anonima giornata di fine ottobre ed è quasi mezzanotte, quando fermiamo l’auto all’ingresso della
Valle, di colpo, perchè nell’oscurità si profila, immensa, a sinistra, rischiarata dalla luce lunare,
una parete enorme: El Capitan. Non c’è dubbio è lei, la più famosa big wall del mondo. E’ bellissima,
restiamo senza fiato, così ad osservarla in silenzio, per minuti, sussurrando solo: “E' bellissima”.
Alcune luci sulla parete ci fanno ipotizzare la presenza di diverse cordate: proviamo ad indovinare
il nome delle vie. Vorremmo già essere su!
Il giorno seguente lo passiamo a preparare il materiale ed il saccone e solo a pomeriggio inoltrato
con l’ultimo sole riusciamo a portarci all’attacco della via, a risalirne il primo facile tiro di corda e
a provare ad imbastire il primo penoso recupero del sacco. Non abbiamo mai affrontato una via in stile
Big Wall, ma non abbiamo fretta, vogliamo solo concederci una bella e piacevole vacanza verticale e siamo
fiduciosi di imparare a muoverci su una parete tanto grande e complessa strada facendo.
Lasciamo il sacco alla prima sosta e torniamo a dormire in campeggio: domani si parte! Il primo giorno
comincia lentamente, all’alba, e vede Valentina condurre da capocordata in un alternarsi d’arrampicata
libera ed artificiale; a lei toccherà anche recuperare il sacco, mentre Luca risale in Jumar ripulendo il
percorso dal materiale. Alle “Sickle ledges” il cambio: ora è Luca a condurre la salita ed il primo mitico
ostacolo -il pendolo per raggiungere le Stovelegs cracks- è presto superato anche se non senza qualche
timore di non riuscire a saltare al di là del diedro che si trova proprio a metà del grande pendolo.
Le splendide fessure delle Stovelegs (così chiamate perchè Harding - il primo salitore del Nose - le salì
usando come chiodi dei piedi di stufa segati) ci sembrano ben più difficili di quanto non sia dichiarato
nella relazione; facciamo quindi l’esperienza della difficile arrampicata ad incastro dello Yosemite. La
parete ora si fa più ripida, ma almeno questo ci fa risparmiare un po’ di energia nel recupero del pesante
saccone. Arriviamo alla Dolt Tower - un esiguo e comodo terrazzino a 300 metri da terra - quando il sole
se ne sta andando e decidiamo di prepararci per la prima notte in parete.
Non ci facciamo mancare niente
a cena, siamo qui per vivere tre giorni in verticale e vogliamo stare bene senza troppe privazioni, per cui
cerchiamo di rendere soprattutto i bivacchi il più confortevole possibile, con materassini, caldi sacchi a
pelo (è ormai Novembre) e cibo a volontà.
Il secondo giorno di parete riparte Valentina e condurrà per metà giornata. Abbiamo scelto di dividere le
giornate in due parti e non di procedere in una classica “alternata” alpina per diversi motivi: il secondo
risale a jumar perchè il primo è impegnato nel recupero del sacco, cambiare ad ogni sosta l’assetto della
cordata comporterebbe una perdita di tempo; in questo modo si automatizzano alcuni compiti e manovre che
traggono beneficio -in termini di velocità e sicurezza- dalla ripetizione.
Eccoci su El Cap Tower, una
torre gigantesca appoggiata alla parete e da cui comincia uno dei tratti più rischiosi dell’intera
ascensione: il Texas Flake, un’enorme sfoglia di granito alta 50 metri con la forma dello stato del Texas.
Bisogna salirla al suo interno inizialmente con la tecnica d’opposizione in camino, poi questa si
stringe progressivamente verso l’alto e bisogna incastrarsi e strisciare letteralmente verso l’alto, con
la spiacevole sensazione della fessura che si allarga sotto i piedi e che impedisce un facile incastro:
bisogna continuamente tenere tutto il corpo in tensione e progredire centimetro dopo centimetro con
ondulazioni tipo "bruco". Le pareti assolutamente lisce non lasciano speranza di protezione e solamente
un timido spit a metà lunghezza dà una piccola parvenza di sicurezza.
Siamo ora sul Boot Flake,
un’altra foglia di granito, questa volta a forma di stivale, incollata in vero oceano di granito dorato.
Da qui la via prosegue decisamente spostata verso sinistra e bisogna aggirare un grande spigolo arrotondato,
privo di fessure, attraverso il secondo grande pendolo di questa via incredibile: il King Swing. Una prima
calata seguita da un pendolo porta a mettere una protezione verso sinistra; da qui bisogna farsi calare
nuovamente ed un altro pendolo verso sinistra conduce fuori dalla vista del compagno ad un sistema di fessure
che condurrà alla Eagle Ledge.
E’ Luca a fare il grande pendolo e trova un sistema non ortodosso: dopo alcuni tentativi falliti di
raggiungere le fessure correndo, decide di effettuare una traversata sfruttando la tensione della corda
tesa e l’attrito delle suole “spalmate” in aderenza. Riesce così al primo tentativo, con grande stupore di
Valentina. La manovra di recupero del sacco porta via qui molto tempo e solo con la penombra riusciamo ad
arrivare al terrazzino scomodo ed inclinato chiamato Camp IV, dove passiamo la seconda notte in parete.
Il mattino sveglia Valentina che dopo un breve tiro di riscaldamento deve affrontare quello che è uno dei
tratti più famosi dell’intero percorso: il tiro del Great Roof. Estremo in arrampicata libera, si lascia
salire in artificiale abbastanza facilmente; ci fotografiamo diverse volte e la prospettiva verso il basso
comincia ad assumere le sembianze che ci ricordiamo dalle tante immagini viste in passato. Ora è il Pancake
Flake a dover essere salito, uno dei tratti più estetici della parete: un diedro geometrico perfetto,
la roccia di un colore giallo arancio oro che è un inno alla scalata. Ora la parete si fa pian piano
sempre più strapiombante e complice il fatto che gran parte dei viveri e dell’acqua l’abbiamo consumata,
il recupero del sacco è un’operazione sempre più facile da eseguire.
Arriviamo con largo anticipo sui tempi al nostro posto di bivacco - il Camp VI - e Valentina decide di
fissare le corde anche sul primo tiro previsto per domani: il difficile e celebre Changing corners.
Questo è il tratto più difficile dell’ascensione e solo Lynn Hill è riuscita a salirlo in libera
(nel 2005 anche Tommy Caldwell) al momento della nostra salita. Anche in artificiale il passaggio non è
semplice ed impegna Valentina a lungo. Luca si gode sdraiato in sosta nel sacco a pelo gli ultimi raggi di
sole.
Ridiscesa Valentina sul comodissimo terrazzo del bivacco diamo fondo a tutte le provviste -poche lunghezze
ci separano ormai dalla cima- e cominciamo a pensare di essere ormai riusciti a salire il mitico Nose.
E’ vero che un’ascensione come la nostra (con tutti i tratti difficili superati in artificiale) non è cosa
strabiliante ed alla portata di molti scalatori con buona esperienza; ma è anche vero che fino a quando non
lo hai fatto... In fondo sapevamo di molte rinunce e tentativi falliti anche ai nostri giorni anche da parte
di scalatori più forti di noi, soprattutto quello che c’impensieriva era non avere esperienza in merito a
big wall ed alle manovre di corda tipiche di questo stile. Temevamo d’essere lenti e di perdere la motivazione
una volta in parete, cosa che facilmente può succedere quando dopo diversi tiri di corda alzi la testa e
vedi la meta che sembra sempre alla stessa distanza. Questi sono i pensieri che ci accompagnano in
quest’ultima sera verticale e prima di addormentarci ci diciamo che da domani faremo per un po’ i turisti,
però!
Il giorno successivo risalita la corda fissata la sera precedente non ci rimangono che poche lunghezze di
corda ed arriviamo a metà mattina su questa cima che non è proprio una cima, ma un altopiano, finalmente
ci sleghiamo dopo tanto tempo e togliamo l’imbragatura e camminiamo in orizzontale su un piano che non sia
più piccolo di 2 mq.
Un Grande disse qualche anno fa che "la vita non è altro che la realizzazione dei sogni di gioventù."
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Il materiale che ci siamo portati:
1 corda intera,
2 mezze corde,
3 maniglie Jumar,
1 croll,
20 rinvii,
cordini e fettucce,
secchiello,
piastrina,
pro traxion,
2 serie di nuts,
2 serie di micro nuts,
3 per ogni misura di friends da 0.5 a 1 pollice,
da 2 a 3 per ogni misura di friends da 1,5 a 3,5 pollici,
1 per ogni misura di friends da 3,5 a 4,5 pollici
(tabella comparativa delle misure di friends delle varie marche e pollici su www.supertopo.com),
1 casco,
2 sacchi a pelo,
2 materassini,
fornellino,
lampada a gas,
2 pile frontali,
macchina fotografica,
2 pentolini,
posate.
Non abbiamo usato martello e chiodi da roccia ma solo protezioni veloci.
Viveri per 3 giorni,
16 litri di acqua
(e ne abbiamo avanzata ma a Novembre la Tmax è stata di +13°,
in altre stagioni aumentare la razione giornaliera)
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Venite con noi:
Un viaggio di arrampicata ed escursioni a Yosemite può essere il coronamento di un’intera carriera
di scalatore, anche senza dover per forza cimentarsi con la scalata di El Capitan.
La bellezza dei luoghi, il clima, l’incredibile qualità della roccia e delle linee di salita ne fanno
un luogo mitico d’elezione per tutti i climber e gli appassionati di natura.
Per qualsiasi informazione o se stai pensando all’eventualità di un viaggio nella Valley contattaci,
magari potremmo realizzare il viaggio insieme.
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